TEMPUS FUGIT

dicevano gli antichi: Il tempo fugge. Mai come questo periodo storico, segnato dal Covid e da tante altre incertezze, ci fa capire, anche con la fine dell’anno civile, che il tempo fugge… e ci sfugge. In quanto il tempo non è nostro: ci è solo affidato. Non ci appartiene. E’ un dono da restituire. Allora occorre vivere bene il tempo, il nostro tempo, questo tempo che ci è donato. Il tempo è una dimensione che caratterizza la mia esistenza: nel tempo nasco, il tempo mi cambia, il tempo è l’occasione per realizzare i miei sogni, per giocarmi, per costruire relazioni.… insomma, il tempo è una grande opportunità. È nel tempo che Dio costruisce la sua storia con me, lui che è “senza tempo” (eterno) ha deciso di entrare nel nostro tempo: Gesù, infatti. nel Natale, nasce in un determinato tempo e luogo per cambiare, arricchire, elevare a potenza il tempo, cioè la vita, di ciascuno di noi, illuminando il nostro passato, abitando il nostro presente, garantendo che ci accompagnerà in futuro. Ciascun istante, ciascun momento della mia vita è un dono di Dio che non va sprecato perché non ritorna più, quindi mi chiede di essere vissuto al meglio. E’ unico e irripetibile. Il tempo in sé ha tre dimensioni: Passato: che non si cancella, né è modificabile in quanto “ciò che è stato, è stato”. E il passato può giocare su di me una duplice influenza: positiva (ciò che ho imparato nel passato mi viene utile oggi, oggi sono ciò che ho costruito fino a ieri, i bei ricordi e le belle esperienze vissute mi fanno bene, se in passato ho commesso degli errori essi possono farmi da scuola per migliorare) o negativa (le ferite del passato possono gettare ancora oggi le ombre lunghe sulla mia vita). Si tratta quindi di saper accogliere il nostro passato, saper riconoscere il bene che c’è stato, saper farsi una ragione del male che può essere capitato, sapermi render conto del male o bene che ho fatto. Insomma: riconciliarsi con esso.
Presente: il presente è un po’ l’attimo fuggente, è il mio oggi, come sono adesso, la dimensione che vivo e che abito, le esperienze che faccio, il modo in cui vivo.
Futuro: il futuro è la meta che ho davanti, è il faro che guida la mia vita, posso vederlo come il luogo nel quale i miei sogni si realizzeranno o le mie paure si concretizzeranno, è caratterizzato quindi da un misto di speranza e paura, e da un che di incertezza e di insicurezza (sul futuro nessuno può fare previsioni precise al 100%). Inutile e pericoloso farlo con oroscopi o fattucchiere e fattucchieri. E, allo stesso…tempo, il tempo ha tre destinazioni: Tempo per me; Tempo per gli altri; Tempo per Dio: Essi sono tra loro collegati. Spetta a me saperli armonizzare. E’ quello che potremo tentare di fare in questo nuovo anno che si apre davanti a noi. Un tempo prezioso. Facciamo del nostro tempo, “il tempo del frutto” cioè del generare vita negli altri, non morte. Come qualcuno vorrebbe. Sarà il nostro modo di entrare nella vita eterna tutto quello che genera frutto rimarrà per sempre e ci verrà restituito, anzi centuplicato, dal Signore quando finalmente lo vedremo faccia a faccia.
Buon anno… fruttuoso.


Don Giancarlo

Un Natale ...... in presenza

Il trionfo della retorica del Natale ha ammazzato il vero Natale, quello che si consuma al freddo e al gelo, senza che nessuno apra la porta, e con addosso la precarietà di partorire in una stalla. Il senso della vita, Gesù Cristo, non nasce durante un cenone dove tutti sorridono e si trovano bene tra loro, ma nasce nella contraddizione più totale, nell'ingiustizia più tagliente, nella precarietà più reale. Cristo viene nella storia, non nelle fiabe che abbiamo inventato. E la storia non è quella dei libri inventati ma quella delle cronache, quella della nostra cronaca. Ed Egli continua a nascere in queste pieghe sanguinanti della storia. Egli viene al mondo proprio qui ed ora, mentre percepiamo che niente và come dovrebbe andare, e domani non sappiamo cosa ci aspetta. Egli nasce così perchè ogni istante seppur segnato da queste ferite, è quello giusto in cui può essere accolto, amato ma anche ignorato, offeso e rifiutato.Penso non solo a noi, ma a tutti quei fratelli e sorelle stranieri che vivono premendo ai confini dei nostri paesi, a quelli che piangono la lontananza dai propri cari, a quelli che si stringono ai guanciali dei letti d'ospedale piegati dal dolore, a quelli che hanno sbagliato e pagano nelle nostre carceri. Penso a tutta quell'umanità sofferente per cui Cristo è venuto e viene oggi. Gli altri, quelli che dimenticano la realtà, non hanno bisogno della Sua venuta, hanno bisogno solo di un pretesto per far festa. Invece a quest'umanità prostrata e silenziosa è diretta la Parola che gli angeli dissero ai pastori: "Vi annuncio una grande gioia, oggi è nato per voi un Salvatore". Auguro a tutti di vivere un Natale così: di non fare niente di più e niente di meno che mettersi alla presenza di Lui. Le cose cambiano solo se Egli c'è veramente, se entra nella realtà. Gli altri sforzi sono solo vani, prima o poi finiscono. Non per niente Egli è l'Emmanuele cioè il Dio-con-noi. La Sua compagnia è il vero valore che il Natale ci offre. Senza questa compagnia non varrebbe la pena niente. Con Lui o senza di Lui, cambia tutto. Buon Natale.

Don Giancarlo, in cammino verso un nuovo Natale

Pregare per i vivi e per i morti

Tutto il Nuovo Testamento è un invito alla fede in Dio per riconoscerlo nei poveri, nei malati e negli abbandonati. Il cristiano è chiamato a compiere opere di carità, gesti di condivisione e di generosità concreti che testimonino la fede operante nell’amore, il credo che agisce nella solidarietà, la speranza che accoglie l’uomo debole e bisognoso.
La preghiera è il principio e il compimento di ogni azione.
Ogni essere umano è chiamato a pregare, perché Dio possa suggerire ed ispirare le sue azioni. Noi viviamo immersi in un mondo che ci parla al contrario di quello che Dio ci domanda. La preghiera è l’ascolto di sé stessi e di Dio per riacquistare la pace e restituire dignità alle nostre vite e orientarle verso la Sua volontà. Essa diventa autentica quando è rivolta al bene altrui: possiamo pregare per noi stessi, ma siamo certi che è un pensiero ispirato da Dio quando compie il bene non solo di noi stessi ma anche verso gli altri.
La preghiera non è solo per i vivi ma anche per i morti. Pregare i morti presuppone la
fede nella vita eterna e nella risurrezione della carne. La morte interrompe delle relazioni
importanti che hanno segnato la vita delle persone. Una delle frasi più consolanti usata
durante la liturgia dei defunti recita: “La vita non è tolta ma trasformata”.
Oltre l’esistenza del Paradiso e dell’Inferno i Vangeli parlano dell’esistenza del Purgatorio, nel quale si trovano le anime che hanno bisogno di purificarsi prima di essere ammesse alla contemplazione eterna del volto di Dio. La preghiera per i morti è indirizzata proprio per coloro che si trovano in Purgatorio, affinché possano essere liberati dalla pena temporale e trasferiti nel regno eterno di Dio e nella comunione dei santi.
Pregare per i defunti è un segno di riconoscenza. La morte spezza un legame che rimane anche dopo la dipartita della persona defunta. Pregare per i morti diventa quell’opera di carità di volere il bene alla persona per cui si eleva l’orazione. Chiedere a Dio di trasferire l’anima del defunto dal Purgatorio al Paradiso significa avere la certezza di avere qualcuno che prega per noi davanti a Dio. Pregare per un’anima di essere accolta nella visione beatifica di Dio significa nutrire la speranza di essere un giorno vicino a Dio e vicino alla persona per cui si è pregato.
La preghiera per le anime dei defunti è una pratica che va scomparendo. Oggi constatiamo tristemente che sono in gran parte solo le persone anziane a ricordarsi di pregare per i morti o a fare memoria dei propri cari durante la celebrazione della liturgia eucaristica. 
La preghiera per i morti è un gesto di riconoscenza che non riguarda solo la vita passata, ma rivela lo stato attuale di salute dell’ anima e testimonia la speranza della resurrezione futura.

Don Giancarlo

Ripresa e Resilienza?

Nonostante le tante incognite della pandemia con le sue preoccupanti varianti, il piano italiano Next Generation UE è stato promosso. Si articola su sei linee di movimento, che i tecnici chiamano con un termine solenne, “missioni”. Esse sono: 1) digitalizzazione (innovazione, competitività e cultura); 2) rivoluzione verde e transizione ecologica; 3) infrastrutture per una mobilità sostenibile; 4) istruzione e ricerca; 5) inclusione e coesione; 6) salute. Sembra ci sia tutto. I soldi, questa volta ci sono (sperando di spenderli bene). I progetti e gli strumenti attuativi, ci sono pure. Un governo che orienti, vigili e direttamente operi, c’è pure, come anche è presente un Parlamento determinato, con tutte intere le forze politiche, a sostenerne i piani e gli sforzi. C’è tutto, quindi? Si può stare tutti tranquilli?
Da prete e parroco avverto la sensazione che manchi ancora qualcosa.
Soprattutto nella prospettiva della ripresa del Cammino sinodale della Chiesa intera.
Lo sguardo fiducioso della gente, per esempio. Quello sguardo così profondo che muove poi le coscienze per trasformarle in forza unitaria e partecipativa, in azione politica dal basso a favore di una vera cultura della solidarietà, che non può che essere la fraternità partecipativa di tutti.
La gente, poi, è stanca. I giovani sono spariti. Il lavoro è bloccato e non si apre a nuove prospettive. I poveri aumentano. Faccio mie le parole dell’Arcivescovo di Napoli: “Nel piano mancano due cose: la cura dei propri figli più fragili, solo questo potrà riaccendere la fiamma della Speranza e ritessere i fili della Fiducia. Due elementi, Speranza e Fiducia, che sono al momento le vere risorse assenti nelle nostre comunità. Si tratta di ripartire dalle persone, e quindi dalle relazioni, riattivando i legami solidali tra tutti. Nessuno escluso. Se davvero si vorrà costruire una nuova prospettiva di futuro, il modello di sviluppo dovrà vedere protagoniste le persone che formano le comunità, quale intreccio di relazioni, identità ed appartenenza”.
E mi piace concludere con le parole del Santo Padre: Il nostro sguardo si allarga anche all’umanità. Una Chiesa sinodale è come vessillo innalzato tra le nazioni (cfr. Is 11, 12) in un mondo che, pur invocando partecipazione, solidarietà e trasparenza nell’amministrazione della cosa pubblica, consegna spesso il destino di intere popolazioni nelle mani avide di ristretti gruppi di potere. Come Chiesa che “cammina insieme” agli uomini, partecipe dei travagli della storia, coltiviamo il sogno che la riscoperta della dignità inviolabile dei popoli e della funzione di servizio dell’autorità potranno aiutare anche la società civile a edificarsi nella giustizia e nella fraternità, generando un mondo più bello e più degno dell’uomo per le generazioni che verranno dopo di noi.
Don Giancarlo

La forma e lo stile della Chiesa

Le drammatiche circostanze che la Chiesa e il mondo stanno ancora attraversando, ci sfidano ad offrire una lettura della pandemia e del post pandemia che aiuti tutti e ciascuno a cogliere in questa tragedia anche l’opportunità di ripensare i nostri stili di vita, le nostre relazioni, l’organizzazione delle nostre società e soprattutto il senso della nostra esistenza con la presenza e la testimonianza della Chiesa e della sua missione evangelizzatrice. “E la Chiesa italiana – ha affermato recentemente Papa Francesco all’Azione Cattolica italiana - riprenderà, nei prossimi mesi, il Convegno di Firenze del 2015, per toglierlo dalla tentazione di archiviarlo, e lo farà alla luce del cammino sinodale, che non sappiamo come finirà e non sappiamo le cose che verranno fuori. Il cammino sinodale, che incomincerà da ogni comunità cristiana, dal basso, dal basso, dal basso fino all’alto. E la luce, dall’alto al basso, sarà il Convegno di Firenze”. Oggi vediamo che il dialogo è spesso tra sordi, o meglio tra chi non vuole ascoltare l’altro per pregiudizi e convinzioni personali ideologiche. Noi vogliamo essere una Chiesa del dialogo, una Chiesa sinodale, che cammina insieme con tutti alla ricerca costante della verità. Una chiesa che si pone soprattutto in ascolto dello Spirito e di quella voce di Dio che ci raggiunge attraverso il grido dei poveri e della terra. Non sarà tanto un piano da programmare e da realizzare, ma anzitutto uno stile da incarnare. Quando parliamo di sinodalità, di cammino sinodale, di esperienza sinodale, non ci riferiamo ad un parlamento. La sinodalità non è la sola discussione dei problemi, di diverse cose che ci sono nella società... È oltre. Non è cercare una maggioranza, un accordo sopra soluzioni pratiche che dobbiamo fare. Ci dice sempre Papa Francesco: “Quello che fa che la discussione, il “parlamento”, la ricerca delle cose diventino sinodalità è la presenza dello Spirito: la preghiera, il silenzio, il discernimento di tutto quello che noi condividiamo. Non può esistere sinodalità senza lo Spirito, e non esiste lo Spirito senza la preghiera”. Questi mesi estivi non siano solo evasione e oblio dai problemi seri di questa umanità bisognosa di Dio e del suo amore, ma tempo necessario di crescita responsabile e di riflessione consapevole per tutti. Buona estate e buon cammino sinodale.
Don Giancarlo